Design come atto sociale
Per Karim Rashid il design non riguarda soltanto la forma degli oggetti, ma il modo in cui influenzano la società e il nostro quotidiano. Nel suo lavoro ha sempre cercato di mettere in discussione lo “spirito del tempo”, evitando di inseguire le tendenze. Le mode, secondo Rashid, rischiano infatti di uniformare il progetto e di allontanare il designer dalla propria identità creativa. Per questo il design deve nascere da una visione personale, ma anche da un dialogo concreto con l’industria e con le persone.
La perdita dell’identità dei brand
Ripensando agli anni Novanta, Rashid ricorda un periodo in cui ogni azienda possedeva un linguaggio e una filosofia ben riconoscibili. Oggi, invece, globalizzazione e social media hanno reso molti brand sempre più simili tra loro, creando quello che definisce un “mondo beige”. In questo scenario, le aziende finiscono spesso per competere soltanto sul prezzo, perdendo valore culturale e identità. Secondo il designer, il futuro richiederà ai brand di ritrovare una visione chiara e differenziante.
Dal cucchiaio alla città
La cultura progettuale italiana ha avuto un ruolo fondamentale nella formazione di Rashid. Lo ha colpito soprattutto la capacità degli architetti italiani di muoversi liberamente tra oggetto, design industriale e architettura. Una visione multidisciplinare che ha influenzato anche il suo percorso, portandolo a progettare prodotti, interni, ristoranti e hotel. Per Rashid ogni progetto nasce da criteri precisi — materiali, processi produttivi, budget e identità aziendale — che non devono essere considerati limiti, ma opportunità creative.
Creatività nell’era dell’AI
Rashid riflette anche sul rapporto tra creatività e nuove tecnologie. L’intelligenza artificiale e gli strumenti digitali stanno rendendo il design sempre più accessibile, permettendo a molti di partecipare ai processi creativi. Allo stesso tempo, però, il ruolo del designer rischia di essere ridimensionato. Senza figure capaci di proporre idee originali e visioni autentiche, avverte Rashid, il pericolo è quello di un panorama sempre più uniforme e guidato soltanto dalle tendenze.
La sostenibilità della durata
Per Rashid la sostenibilità non può essere una responsabilità esclusiva del consumatore, ma deve coinvolgere governi, aziende e industrie. Più che demonizzare i materiali, il designer invita a riflettere sulla cultura dell’usa-e-getta e della sostituzione continua. La vera sfida del design contemporaneo, secondo lui, è creare oggetti durevoli, capaci di mantenere valore e qualità nel tempo, andando oltre le logiche del consumo veloce.
